Table Of ContentPLUTARCO
VITE PARALLELE
A cura di
DOMENICO MAGNINO
Secondo volume
Pericle e Fabio Massimo
Nicia e Crasso
Alcibiade e Gaio Marcio
Demostene e Cicerone
2
© De Agostini Libri S.p.A. - Novara 2013
UTET
www.utetlibri.it
www.deagostini.it
ISBN: 978-88-418-8854-4
Prima edizione eBook: Marzo 2013
© 1992 Unione Tipografico-Editrice Torinese nella collana Classici Greci diretta da Italo Lana
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INDICE
PERICLE
Introduzione
Nota bibliografica
Nota critica
Testo
FABIO MASSIMO
Introduzione
Nota bibliografica
Nota critica
Testo
CONFRONTO TRA PERICLE E FABIO MASSIMO
NICIA
Introduzione
Nota bibliografica
Nota critica
Testo
CRASSO
Introduzione
Nota bibliografica
Nota critica
Testo
CONFRONTO TRA NICIA E CRASSO
ALCIBIADE
Introduzione
Nota bibliografica
Nota critica
Testo
GAIO MARCIO
Introduzione
Nota bibliografica
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Nota critica
Testo
CONFRONTO TRA ALCIBIADE E GAIO MARCIO
DEMOSTENE
Introduzione
Nota bibliografica
Nota critica
Testo
CICERONE
Introduzione
Nota bibliografica
Nota critica
Testo
CONFRONTO TRA DEMOSTENE E CICERONE
Indice dei nomi
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ΠΕΡΙΚΛΗΣ
PERICLE
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Figlio di Santippo, lo stratego che nel 479 aveva guidato le truppe
ateniesi alla vittoria di Micale, e di Agariste, nipote di Clistene, della
famiglia degli Alcmeonidi, membro quindi della migliore aristocrazia attica,
Pericle contrassegnò della sua personalità l’epoca più gloriosa della storia di
Atene, che definiamo classica per eccellenza e che appunto da lui si
denomina «età di Pericle».
Nato verso il 495, entrò nella vita politica poco più che trentenne,
schierandosi dalla parte democratica, e cooperando attivamente con il capo
di quel partito, Efialte, la cui lotta vittoriosa contro l’Areopago, espressione
del potere aristocratico, aprì larghi spazi all’azione del demos; divenuto
capo dei democratici dopo la scomparsa di Efialte, dal 460 circa fino alla
morte rimase l’uomo più influente di Atene, riuscendo eletto per una
trentina d’anni quasi consecutivi alla carica di stratego, e quasi sempre nella
posizione di Presidente del consesso degli strateghi; in tutto quel periodo
praticamente egli esplicò le funzioni di capo del governo della repubblica
ateniese.
I mutamenti istituzionali promossi da Efialte e volti a trasferire i poteri
politici e giudiziari dal Consiglio dell’Areopago, baluardo del
conservatorismo, al Consiglio popolare dei Cinquecento e all’assemblea del
popolo, furono realizzati da Pericle anche con la introduzione della paga di
due oboli ai membri del tribunale della Eliea, che consentì ai non abbienti di
esercitare di fatto la funzione di giudici, e con la concessione di una
indennità diaria a quanti esercitavano una funzione magistratuale: arconti,
buleuti, pritani. Così il potere non rimaneva più nelle mani delle sole classi
ricche e aristocratiche, ma si apriva a fasce più larghe di cittadini, e si
realizzava quella forma di conduzione politica veramente democratica che
pur avendo in sé i germi della dissoluzione, come fu chiaro di lì a poco, è
rimasta comunque come esempio unico, e forse irripetibile, nella storia dei
sistemi politici.
L’azione di Pericle non rimase limitata al solo ambito di politica interna:
profonde furono le innovazioni che egli introdusse anche nella politica
estera, ove la sua visione comportava vistosi elementi di novità se
rapportata alla precedente.
Pur continuando, come è ovvio, a perseguire l’egemonia ateniese in
Grecia, contemporaneamente Pericle mise in atto una politica
espansionistica nell’area mediterranea dalla quale si riprometteva, oltre
all’incremento di potere politico, l’accrescimento della potenza economica e
commerciale della città. Chiara era l’impostazione imperialista, ed evidenti i
rischi del combattere su due fronti: ai primi successi di prestigio seguì una
serie di rovesci, sino a quando, nel 454, il fallimento della spedizione inviata
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in soccorso agli Egizi, che si erano ribellati al Gran Re, praticamente segnò
la fine di questa politica di espansione territoriale. L’insuccesso comportò di
necessità un mutamento di rotta anche nei rapporti con i Persiani, con i
quali persisteva uno stato di reciproca diffidenza, oltre a una serie di
questioni rimaste aperte dopo le battaglie di Platea e Micale. Pericle aprì
trattative che portarono a quella che fu detta la pace di Callia (449) con la
quale si archiviarono i risultati delle guerre persiane e in pari tempo si
dichiarò improponibile ogni espansione greca in Oriente. Più di cent’anni
dopo Alessandro Magno riproporrà questo disegno in una situazione
obiettivamente diversa e con ben altri risultati.
Neppure la politica volta al conseguimento dell’egemonia in Grecia portò
ai successi sperati; non che estendere la sua influenza nel Peloponneso,
saldamente tenuto da Sparta, Atene, dopo la sconfitta patita a Coronea nel
447, nel corso della cosiddetta seconda guerra sacra, dovette, con la
susseguente pace, rinunciare a qualsiasi possedimento o alleanza che la
vincolasse al Peloponneso.
In una situazione che in così breve volgere d’anni si era radicalmente
trasformata, Pericle diede prova di quel buon senso politico che è innanzi
tutto adattamento alla realtà, e operò con ogni sforzo per ricavare il
maggior vantaggio possibile per la città. Le azioni più significative, condotte
senza far ricorso alle armi, ma che garantirono ad Atene l’acquisizione di
prestigio e potere quale mai la città aveva avuto (si parla di «imperialismo
pacifico»), sono la deduzione di colonie in paesi alleati (e questo tra l’altro
concorse alla soluzione di problemi sociali interni) e l’abbellimento della
città con una splendida serie di monumenti che fecero di Atene la più bella
città dell’Occidente. Per questa dispendiosissima operazione, pur tra le
insistenti critiche avanzate da Tucidide di Melesia, capo dell’opposizione
(Pericle riuscì poi ad allontanarlo dalla città ricorrendo alla procedura
dell’ostracismo), egli utilizzò i contributi che gli alleati versavano in un
fondo comune amministrato da Atene, sostenendo la piena legittimità di
questo uso, in quanto, a contropartita, Atene garantiva loro indipendenza e
sicurezza. Dall’ostracismo di Tucidide sino alla morte (429) Pericle fu
incontrastato signore di Atene e resse la città con tale equilibrio in campo
politico e tale avvedutezza in campo finanziario che mai, nella sua storia,
essa godette di pari prosperità. Sul piano personale le varie vicissitudini che
gli toccò di affrontare, le contrapposizioni che naturalmente suscitò, anche
se lo amareggiarono profondamente, non furono però tali da togliergli il
potere, anche perché, in definitiva, gli Ateniesi riconoscevano in lui l’uomo
di qualità superiore, insostituibile nel governo della città. Dello scontro con
Sparta e dell’inevitabile guerra del Peloponneso che alla fine risultò fatale
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per Atene, non è possibile attribuire la responsabilità al solo Pericle, anche
se ci furono indubbiamente delle sue responsabilità; certo è che tutta la
strategia con la quale fu condotta la guerra fu da lui escogitata, e che egli ne
rimase arbitro sino alla morte che lo colse probabilmente nella primavera
del 429, sei mesi dopo aver contratto la peste.
Ci sono alcuni punti, nel bios di Pericle, che lasciano al lettore il sospetto
che l’opera non sia stata scritta secondo uno schema rigidamente prefissato,
ma che si sia lasciato deliberatamente spazio all’estemporaneità; si sarebbe
indotti a dire che Plutarco scriva, o voglia dare l’impressione di scrivere
«currenti calamo». Esaminiamoli da vicino.
— Alla fine del cap. 6, l’autore apre una digressione su fatti che sembrano
non rientrare nell’ordine naturale e che non sono spiegati in modo univoco
dai cultori di scienze naturali; ma subito si interrompe affermando che
discutere problemi di quel genere meglio si addice a opere di carattere
diverso (6,5).
— Alla fine del cap. 13 (13,15-16) Plutarco ricorda alcune accuse mosse a
Pericle dagli scrittori di commedie, rilevandone la fatuità e inconsistenza,
oltre che, in certi casi, l’assurdità e la bassezza. E aggiunge una riflessione
sconsolata, la cui validità non è purtroppo limitata al campo ristretto della
sua biografia, ma riguarda ogni opera storica: egli nota con rammarico
quanto è difficile, per chi vive in un tempo molto posteriore a quello nel
quale si collocano i fatti che racconta, arrivare a certezze, quando anche
coloro che furono spettatori dei fatti detorcono la verità degli accadimenti
ora cedendo all’adulazione, ora assecondando l’invidia, ora compiacendo la
propria cattiva disposizione d’animo.
— Alla fine del cap. 24 (24,12), allorché il procedere della narrazione lo
porta a parlare di Aspasia, Plutarco inserisce una serie di notizie generiche
che gli vengono a mente in quell’occasione, e che non ritiene di dover
omettere anche se piuttosto tenue è il filo che le lega con il tema centrale
della narrazione.
Questi passi lasciano intendere che il modo del comporre di Plutarco non
è vincolato a rigide selezioni di materiale, scelto il quale neppure l’autore
può più intervenire; siamo ben lontani dal comportamento di un biografo
moderno che predispone tutto il materiale e poi non cede alle tentazioni di
estemporaneità o al suggerimento casuale che la memoria può dargli;
Plutarco procede con ampia libertà, e perciò coglie gli spunti che gli
vengono suggeriti dal momento e, soprattutto, dalla memoria. In sostanza
egli è un narratore che vuol dare anche l’impressione di improvvisare.
Se questo è vero, ne discende che neppure si può pensare che il nostro
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