Table Of ContentAldous Huxley
La Filosofia Perenne
Traduzione di Giulio De Angelis
Adelphi eBook
TITOLO ORIGINALE:
The Perennial Philosophy
Quest’opera è protetta
dalla legge sul diritto d’autore
È vietata ogni duplicazione,
anche parziale, non autorizzata
In copertina: Il mondo di loto
Tempera su carta di
scuola Basohli, XVIII secolo ca.
Collezione Bharat Kala Bhavan, Benares
Prima edizione digitale 2015
© 1945 MRS LAURA HUXLEY
© 1995 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
www.adelphi.it
ISBN 978-88-4597498-4
LA FILOSOFIA PERENNE
Per la stesura della Filosofia Perenne Aldous Huxley si è
servito di numerosi passi, provenienti da opere e autori di
epoche diverse, che ha inserito nel testo senza indicazioni
bibliografiche precise. Tali passi sono stati per lo più
identificati, ma, per rispettare la coerenza dell’argomentazione
di cui sono parte essenziale, abbiamo preferito tradurli sulla
base del testo inglese utilizzato da Huxley.
Introduzione
Philosophia Perennis: l’espressione fu coniata da Leibniz ma
la cosa in sé è universale e al di fuori del tempo. È una
metafisica che riconosce una Realtà divina consustanziale al
mondo delle cose, delle vite e delle menti; è una psicologia che
scopre nell’anima qualcosa di simile alla Realtà divina o
addirittura di identico ad essa; è un’etica che assegna all’uomo
come fine ultimo la conoscenza del Fondamento immanente e
trascendente di tutto ciò che è. Si possono trovare rudimenti di
questa Filosofia Perenne nelle dottrine tradizionali dei popoli
primitivi in ogni regione del mondo, mentre nelle sue forme
compiutamente sviluppate essa trova posto in ognuna delle
religioni più elevate. Una versione di questo massimo comun
divisore di tutte le teologie che precedettero e seguirono fu
affidata per la prima volta alla scrittura più di venticinque
secoli fa, e da quell’epoca l’argomento, inesauribile, è stato
trattato più volte, dal punto di vista di ogni tradizione religiosa
e in tutte le principali lingue d’Asia e d’Europa. Nelle pagine
che seguono, ho raccolto un certo numero di brani estratti da
queste opere, scelti principalmente per il loro significato – essi
illustravano infatti in modo efficace qualche punto particolare
del sistema generale della Filosofia Perenne – ma anche per la
loro memorabilità e bellezza intrinseche. Queste citazioni sono
distribuite in vari capitoli e, per così dire, incastonate in un
commento personale, inteso ad illustrare e a collegare, ad
ampliare e, ove necessario, chiarire.
La conoscenza è una funzione dell’essere. Dove si dà un
cambiamento nell’essere del soggetto conoscente, vi è
cambiamento corrispondente nella natura e nella quantità delle
conoscenze. Ad esempio, l’essere di un bambino si trasforma in
quello di un uomo attraverso lo sviluppo e l’istruzione; tra i
risultati di questa trasformazione si ha un cambiamento
rivoluzionario nel modo di conoscere e nella quantità e nella
natura delle cose conosciute. Con lo sviluppo dell’individuo la
sua conoscenza diviene più concettuale e sistematica quanto
alla forma, mentre aumenta notevolmente il suo contenuto
utilitario e strumentale. A questi vantaggi si contrappone un
certo deterioramento nella qualità dell’apprensione immediata,
un ottundersi e un depauperarsi delle facoltà intuitive.
Consideriamo poi il mutamento che lo scienziato è in grado di
indurre meccanicamente nel proprio essere per mezzo dei
propri strumenti di lavoro. Munito di uno spettroscopio e di un
riflettore di un metro e mezzo, un astronomo diventa una
creatura sovrumana, per quel che riguarda la vista; e, come è
ampiamente prevedibile, la conoscenza posseduta da questa
creatura sovrumana è molto diversa, per qualità e quantità,
rispetto a quella acquisibile da parte di chi guardi le stelle con
occhi umani, senza alcun sussidio tecnico.
I mutamenti fisiologici o intellettuali del soggetto conoscente
non sono tuttavia gli unici a modificarne la conoscenza. Quello
che sappiamo dipende anche da ciò che vogliamo fare di noi
stessi, in quanto esseri morali. «La pratica» per citare William
James «può cambiare il nostro orizzonte teoretico, e ciò
avviene in duplice maniera: essa può aprire la strada a nuovi
mondi e darci nuove facoltà. La conoscenza cui non potremmo
mai attingere, restando ciò che siamo, può essere raggiungibile
per mezzo di facoltà più alte e di una vita superiore, che noi
possiamo acquisire moralmente». Per porre la questione in
modo più succinto, «Beati i puri di cuore, perché essi vedranno
Iddio». E la stessa idea è stata espressa dal poeta sūfī Jalāl ad-
Dīn Rūmī, nei termini di una metafora scientifica: «L’astrolabio
dei misteri di Dio è l’amore».
Il presente volume, torno a dire, è un’antologia della Filosofia
Perenne, ma ciò nonostante esso contiene solo pochi estratti da
opere di letterati di professione e, per quanto illustri una
filosofia, vi si trovano ben poche pagine di filosofi di
professione. Il motivo è molto semplice. La Filosofia Perenne si
occupa principalmente dell’unica, divina Realtà consustanziale
al mondo molteplice delle cose, delle vite e delle menti. Ma la
natura di quest’unica Realtà è tale da non poter essere appresa
direttamente e immediatamente se non da coloro che hanno
deciso di adempiere certe condizioni, rendendosi pieni di
amore, puri di cuore e poveri di spirito. Perché sono queste le
condizioni? Non lo sappiamo. È uno di quei fatti che dobbiamo
accettare, ci piacciano o no, per quanto possano sembrarci
inverosimili e intollerabili. Niente nella nostra esperienza
quotidiana ci autorizza minimamente a supporre che l’acqua
sia costituita da idrogeno e da ossigeno: eppure, quando
sottoponiamo l’acqua a certi trattamenti sufficientemente
drastici, la natura dei suoi elementi costitutivi diviene palese.
Analogamente, nella nostra esperienza quotidiana nulla ci
autorizza a supporre che la mente dell’uomo medio abbia, fra le
parti che la compongono, qualcosa che assomigli o sia identico
alla Realtà sostanziale del mondo molteplice; eppure, quando
questa mente è sottoposta a certi trattamenti sufficientemente
drastici, l’elemento divino del quale, almeno in parte, è
composta diviene palese non solo alla mente stessa ma anche,
a motivo dei suoi riflessi sul comportamento esteriore, alle
altre menti. Solo attraverso gli esperimenti fisici possiamo
scoprire la natura intima della materia e le sue potenzialità. Ed
è solo grazie agli esperimenti psicologici e morali che possiamo
scoprire l’intima natura della mente e le sue potenzialità. Nelle
circostanze ordinarie della vita media sensibile queste
potenzialità della mente rimangono latenti e non si
manifestano. Se vogliamo realizzarle dobbiamo soddisfare
certe condizioni e obbedire a certe regole che l’esperienza
empirica ha dimostrato valide.
Per ben pochi filosofi o letterati di professione vi è la prova
che essi abbiano soddisfatto pienamente le condizioni
necessarie alla conoscenza spirituale diretta. Quando i poeti o i
metafisici trattano del tema della Filosofia Perenne, essi lo
fanno generalmente di seconda mano. Ma in ogni epoca vi sono
stati uomini e donne che hanno deciso di adempiere le
condizioni in base alle quali solamente, in quanto grezzo fatto
empirico, si può avere una tale conoscenza immediata. Pochi
tra questi hanno lasciato un resoconto sulla Realtà che erano
riusciti a cogliere e hanno cercato di collegare, in un sistema di
pensiero articolato, i dati di questa esperienza coi dati delle
altre loro esperienze. A tali rappresentanti di primo piano della
Filosofia Perenne, coloro che li conobbero davano
generalmente il nome di «santi» o «profeti», di «savi» o
«illuminati». Ed è da loro che ho tratto principalmente le mie
citazioni, piuttosto che attingere alle opere dei filosofi o
letterati di professione, perché vi sono buone ragioni di
supporre che essi sapessero quello che dicevano.
In India vengono riconosciuti due gruppi di sacre scritture: la
Śruti, o libri ispirati che trovano in se stessi la garanzia della
propria autorevolezza, poiché sono il prodotto di una visione
immediata dell’ultima Realtà; e la Smṛti, basata sulla Śruti,
dalla quale deriva la propria relativa autorità. «La Śruti» per
usare le parole di Śaṅkara «si fonda sulla percezione diretta.
La Smṛti svolge un ruolo analogo all’induzione, perché, come
questa, deriva la propria autorità da un’autorità diversa da se
stessa». Il nostro volume, dunque, è un’antologia con commenti
esplicativi, di brani tratti dalla Śruti e dalla Smṛti di molte
epoche e di molti luoghi. Purtroppo, la familiarità con scritture
tradizionalmente sacre tende a generare non proprio il
disprezzo ma qualcosa che, agli effetti pratici, è quasi
altrettanto dannoso: e cioè una specie di insensibilità
reverenziale, un intorpidimento dello spirito, una sordità
interiore al significato delle sacre parole. Per questa ragione,
nello scegliere il materiale per illustrare le dottrine della
Filosofia Perenne così come vennero formulate in Occidente,
mi son rivolto quasi sempre a fonti diverse dalla Bibbia. Questa
Smṛti cristiana a cui ho attinto si basa sulla Śruti dei libri
canonici, ma ha il gran vantaggio di essere meno nota e
pertanto più vivace e, per così dire, più percepibile. Inoltre,
gran parte di questa Smṛti è opera di uomini e donne
veramente santi, che hanno dimostrato di conoscere di prima
mano l’argomento di cui parlano. Di conseguenza, può essere
considerata essa stessa come una forma di Śruti ispirata e
garante di se stessa; e questo in grado assai più eminente di
molti degli scritti inclusi nel canone biblico.
In anni recenti sono stati compiuti numerosi tentativi per