Table Of ContentScuola diocesana di Formazione Teologica Anno Accademico 2012/2013
APPUNTI DI TEOLOGIA MORALE SPECIALE
BIOETICA
Parte I
Parte generale
Introduzione
Bioetica: oggetto e modelli di una nuova scienza
Senso e valore della VITA UMANA, del DOLORE e della MORTE nella luce della FEDE
L’enciclica Evangelium Vitae
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APPUNTI DI TEOLOGIA MORALE SPECIALE
BIOETICA
INTRODUZIONE
1. Medicina e morale
Negli ultimi tempi la domanda morale è tornata a far parlare di sé, sui libri e su tutti gli strumenti di
comunicazione di massa. E questo è stato possibile fondamentalmente a partire dai provocanti progressi
della scienza biologica e dalla sua applicazione all’uomo.
Ma nella storia dell’uomo, qualsiasi attività umana che avesse a che fare con delle persone era
accompagnata sempre da una esigenza di moralità. E se consideriamo il fatto che l’oggetto dell’attività
del medico è sempre stato l’uomo malato, allora la domanda etica si faceva costante: non è sufficiente
che il medico abbia la laurea in medicina; deve essere anche un “buon” medico. I criteri per stabilire in
cosa effettivamente consiste questa “bontà” variano però da cultura a cultura e, nel tempo, variano
anche all’interno di una stessa cultura.
Gli ideali personali e i valori morali in questo caso si intrecciano con le richieste sociali. Così nascono
delle vere e proprie regole morali che devono essere la guida della professione medica, a volte
proposte nella forma letteraria tipicamente religiosa della preghiera, a volte sotto forma di giuramento
che impegna l’onorabilità del singolo o del gruppo (si pensi al giuramento di Ippocrate, ma anche al
giuramento che il Soviet supremo imponeva ai medici russi), a volte sotto forma di codice civile penale.
Il criterio scelto per stabilire delle regole può essere religioso o razionale e l’istanza obbligante può
essere la coscienza, la società, Dio, o il corpo professionale. Di conseguenza variano anche le sanzioni
per la trasgressione. Certamente la religione in questo campo è sempre stata propositiva di un
comportamento ispirato ai più alti valori morali, per cui da sempre ha espresso un insieme di esigenze
fortissime che sono state spesso condivise con molte altre istanze morali.
Però si tratta anche di far notare una discrepanza: in ogni caso, nessuna morale medica
precodificata può essere adeguata al suo oggetto, che è l’uomo sofferente. Anche la migliore etica
medica ha dei limiti intrinseci insormontabili che fondamentalmente si riconducono al fatto che essa si
basa su casi necessariamente astratti, in quanto lascia fuori la cosa essenziale: il vissuto personale del
malato, la sua storia, quel modo unico di sentire il proprio corpo, che, assunto, modifica la
percezione del proprio valore e del proprio significato esistenziale.
A volte, senza infrangere formalmente nessun caposaldo della morale, il trattamento del malato,
specialmente nelle strutture ospedaliere, può diventare una ruota che stritola la dignità della persona,
causa sofferenze e umiliazioni, provoca alterazioni della personalità.
Da questo punto di vista i cristiani sono chiamati a schierarsi con una medicina a servizio della
persona.
La comprensione scientifica della medicina, pur con tutti i suoi meriti indiscutibili, è viziata da un
presupposto positivista: per ricondurre la malattia a qualcosa di obiettivo, da spiegare sulle basi delle
leggi fisico-chimiche che regolano i fatti della natura, ha escluso la considerazione dell’uomo malato.
Tutti i caratteri storici e personali della malattia sono messi tra parentesi: il malato interessa solo quando
è ridotto a un “caso clinico”; la medicina non è organizzata attorno all’uomo malato, ma intorno alla
malattia, o piuttosto all’organo malato.
2. Il giuramento di Ippocrate
Il giuramento di Ippocrate appartiene a quei documenti che costituiscono il nucleo essenziale del
patrimonio spirituale dell’occidente. Sono poche righe, estremamente concise, che contengono
indicazioni che, pur riflettendo una prassi medica storicamente determinata, hanno attraversato i secoli,
sempre portatrici di un ideale che trascende il proprio tempo e la propria cultura.
Tuttavia la realtà storica che ha dato origine a questo giuramento è probabilmente molto diversa da
quella immaginaria che ha permesso nei secoli di renderlo simbolo dei più alti ideali che possono ispirare
il medico nella sua professione. I risultati della ricerca storica infatti mettono in crisi molti luoghi
comuni circa l’origine, il significato e l’utilizzazione del giuramento.
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BIOETICA
Il contenuto e la struttura sono comunque questi:
Introduzione: invocazione agli dei (Apollo, Esculapio, Igea e Panacea)
Prima parte: si giura di condividere i propri beni col maestro e di considerare i suoi figli come propri
Seconda parte: il vero e proprio codice etico, costruito in forma simmetrico, sui doveri verso il
paziente:
+ non recherò danno o ingiustizia al malato
+ non somministrerò a nessuno medicine letali
+ non provocherò rimedi abortivi alle donne
“Conserverò casta e pura da ogni delitto sia la mia vita che la mia arte”
+ non praticherò la chirurgia
+ non avrò rapporti sessuali con nessun membro della famiglia del paziente
+ non divulgherò segreti uditi nell’esercizio della professione.
Conclusione: “chi praticherà queste cose avrà come ricompensa la fama e la buona reputazione, il
disonore invece colpirà lo spergiuro”.
Quasi tutte le clausole del giuramento presentano dissonanze vistose con ciò che lo storico conosce
della pratica della medicina nella Grecia classica. Praticamente tutti i precetti erano disattesi: i migliori
scritti del Corpo Ippocratico sono quelli dedicati alla chirurgia; l’aborto era generalmente praticato in
Grecia non solo dalle levatrici, ma dai medici ippocratici, era accettato dalla società e perfino
raccomandato dai maggiori filosofi, come ad esempio Platone; l’eutanasia era applicata in tutta la civiltà
greco-romana; il suicidio, soprattutto per influenza dello stoicismo, era generalmente accettato e sono
conosciuti molti casi in cui il veleno è stato somministrato dai medici.
I discorsi convenzionali che si fanno sul giuramento ippocratico come simbolo di un ethos perenne,
soggiacente a tutte le trasformazioni morali ed etiche, al quale il corpo dei medici si sarebbe attenuto fin
dagli albori della civiltà greca, non hanno un riscontro storico.
Il giuramento ebbe origine non in un ambiente medico, ma filosofico, e precisamente in ambiente
pitagorico e dunque ad un piccolissimo segmento dell’opinione greca.
Sarà soltanto alla fine dell’epoca classica che avverrà un cambiamento profondo a favore del rispetto
della vita, della purezza e della sanità. Ma al greco medio non possiamo attribuire la considerazione del
rispetto della vita come un valore: basti pensare all’esposizione dei bambini deboli o deformi, pratica
diffusa non solo a Sparta, ma anche ad Atene. C’erano comunque nella società greca alcuni gruppi
religiosi, spesso di derivazione indiana, che nutrivano un profondo rispetto per la vita. I gruppi
pitagorici rifiutavano suicidio e aborto ed anche lasciavano al chirurgo lo spargimento del sangue e il
rischio che il paziente morisse sotto il bisturi. In questo ambiente cominciò a diventare popolare il
giuramento e, col tempo, fu considerata opera del grande Ippocrate allo stesso modo in cui gli fu
attribuita l’intera collezione di opere mediche della biblioteca di Alessandria.
Lo studio del giuramento era la prima opera con cui lo studente di medicina familiarizzava,
supponendo che “il maestro” l’avesse scritto come primo dei suoi libri; attraverso il ponte della scuola
pitagorica, entrò nel cristianesimo e da lì il suo successo fu inarrestabile. I Padri della Chiesa
abbondarono nelle lodi di Ippocrate e i medici stessi lo considerarono un vero e proprio “Padre della
Chiesa”. Emergeva così l’immagine del medico-filantropo, che si impegnava sotto giuramento di
dedicare tutta la sua vita al servizio del malato.
A ben guardare la finalità del giuramento non era proprio la filantropia. L’unica clausola positiva che
il giuramento riporta riguarda la salvaguardia del fine vero e proprio del giuramento: la “reputazione”
(doxa), che nasce da una vita pura. Il medico, come tutti gli artigiani, doveva guadagnarsi la sua
posizione attraverso una buona reputazione e questa era resa possibile da una onestà di vita e da una
correttezza professionale soprattutto nel momento della prognosi. Il giuramento si colora così di una
luce utilitaristica.
Comunque, anche se attraverso la porta della ricerca della reputazione, entrava nella cultura il
concetto che la medicina è un’arte particolare che non può essere separata da certi princìpi
morali.
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BIOETICA
Nel mondo classico questa moralità era data dagli ideali di misericordia, solidarietà, fratellanza
universale, amore per la persona. Per il medico Gallieno la medicina unita alla filosofia dava luce ad una
creatura che era come un dio in terra. Il medico non può non essere onesto, prudente, gentile, ricco di
misericordia e di umanità.
Ippocrate è stato, nelle culture e nelle epoche diverse, lo schermo di proiezione di un ideale,
l’incarnazione di un perfetto atteggiamento medico. L’etica medica idealmente si è cristallizzata per
secoli attorno al suo nome.
Questo tuttavia non trovava così spesso riscontro nella realtà, in cui, fino alle prime codificazioni
professionali di Federico II, lo standard etico del medico risultava notevolmente poco elevato e si
configurava attorno ad un’etichetta quotidiana facilmente riassumibile: non eccedere nel vino o
nell’ostentazione dell’abbigliamento, pazienza coi malati difficili, poca avarizia per i pagamenti. Le
motivazioni all’esercizio della professione non andavano oltre al semplice opportunismo.
In epoca medievale le influenze dell’ormai formalmente cristianizzato giuramento ippocratico sono
rintracciabili anche al di fuori dell’area cristiana, secondo le versioni ebraiche (il “giuramento di Asaf”) e
musulmana.
Anche nella transizione dal medioevo alla civiltà occidentale moderna il giuramento di Ippocrate
continuò ad essere modelli per l’ideale etico dei medici. Ma la sua più grande enfatizzazione fu quella
prodotta dal regime nazista tedesco. Himmler fece l’introduzione ad una sua edizione dicendo che il
giuramento “contiene un’eredità di pensiero ariana, che attraverso duemila anni ci parla un linguaggio
vivo”; tutto era distorto nel senso di una fedeltà e lealtà dei medici agli indirizzi ideologico-sanitari del
nazismo.
Da qui nacque l’atteggiamento di sospetto in cui cadde il giuramento nel dopoguerra.
L’Associazione Medica Mondiale nell’assemblea di Ginevra (1948) propose un giuramento “laico” la
cui istanza suprema a cui ci si appellava era l’onore del medico che si assumeva gli impegni a scopo
umanitario. Ogni riferimento alla responsabilità del medico verso suicidio, aborto o eutanasia veniva
sfumato in generalizzazioni.
Anche l’area dei paesi socialisti ha sempre osteggiato il giuramento: è la stessa interpretazione
marxista della storia che non può accettare l’esistenza di un’etica medica atemporale. Anche l’etica
rientra nel campo delle sovrastrutture ed è determinata dai rapporti socio-economici esistenti nella
società, per cui se ne richiede un superamento a favore di un’etica medica di carattere politico. Questo
auspicio ha trovato realizzazione nel giuramento che il Presidium del Soviet Supremo ha imposto a tutti
i medici russi nel 1971: il giovane medico si impegnava così: “... a lasciarmi guidare in tutte le mie
azioni dai princìpi della morale comunista,... ricordarmi dell’alta vocazione del medico sovietico e
della responsabilità nei confronti del popolo e del governo sovietico”.
Il tratto che contraddistingue fortemente questa forma di umanesimo dall’atteggiamento medico
cristiano, relegato al rapporto duale medico-paziente, è certamente quello che oggi si potrebbe chiamare
il riconoscimento delle sue responsabilità sociali.
Proprio a questo livello le critiche contro il giuramento sono forti anche oggi, specialmente in
riferimento all’uso che ne viene fatto per la difesa di una concezione della medicina impregnata di
sacralità, sganciata da ogni rapporto d’équipe, o di parità tra i corrispettivi diritti e doveri di medico e
paziente e troppo incentrata sulla figura paternalistica del medico. Un’ottica relazionale è
certamente estranea al giuramento, ma anche questo limite intrinseco non ha portato al suo abbandono.
Ogni critica ha consentito un suo rimodellamento ed ancora oggi ha mantenuto il significato simbolico
del richiamo al medico di servire l’intera umanità.
3. La deontologia medica
Nella storia della professione medica è emersa ben presto l’esigenza di codificare non solo le
conoscenze tecniche acquisite, ma anche le regole relative al comportamento del medico nei confronti
del paziente.
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BIOETICA
Il prototipo di questi codici è certamente il trattato di “Etica Medica” di Thomas Percival, scritto
nel 1794 e pubblicato nel 1803, modello del successivo Codice dell’Associazione Medica Americana
del 1847.
La preoccupazione principale del testo è quella di costruire un rapporto di fiducia con il paziente
e questo è possibile quando il medico riassume nella sua persona le caratteristiche del gentleman
(prudenza, ragionevolezza, autorità, umiltà, autocritica, cultura). Una seconda preoccupazione è quella
di difendere attraverso un insieme di regole di comportamento codificate, la corporazione medica e
l’interesse dell’associazione contro l’invasione di altri soggetti non preparati e non idonei ad un
esercizio così delicato; questo era possibile se il medico si impegnava moralmente a non abbandonare il
malato condannato, ad ammonirlo per i suoi comportamenti, a commisurare le tariffe alle sue condizioni
economiche, a mantenere un numero di visite ragionevole.
Il termine “deontologia”, letteralmente si traduce “scienza dei doveri” ed intende far riferimento a
tutto quell’insieme di doveri ai quali sono liberamente legati tutti i membri di una determinata
professione. Questi doveri sono diversi sia da quelli imposti dalle leggi civili che da quelli derivati
dall’etica alla quale ciascuno si riferisce individualmente ed intendono offrire un “di più” che rappresenti
la base essenziale per una buona gestione della professione comune.
Più che un semplice regolamento morale la deontologia medica rappresenta il frutto di una
riflessione morale collettiva, stimolata dai problemi concreti suscitati dall’esperienza professionale.
Essa intende descrivere uno “spirito” col quale i medici devono affrontare determinate soluzioni
condivise da tutti.
Attraverso quei comportamenti codificati si concretizza l’autocomprensione medica del senso della
loro attività. La funzione di questi codici deontologici è volta alla salvaguardia di alcuni valori,
necessari per mantenere la fiducia reciproca più piena tra paziente e medico. I codici deontologici pur
indicando regole precise non vogliono essere l’espressione di una morale laica, astorica e immutabile,
ma certamente riflettono la sensibilità etica generale dei medici e dell’organizzazione della sanità.
Il primo codice medico ufficiale è, in ordine cronologico, quello già citato dell’Associazione Medica
Americana del 1847. Il suo scopo era quello di riformare l’educazione medica negli Stati Uniti, di
sviluppare degli standard di comportamento che avrebbero migliorato la professione medica “regolare”.
Ritenevano infatti distanziarsi dagli “irregolari” e accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica come
unica istanza professionale competente della cura della salute. La fiducia del pubblico doveva essere
indirizzata esclusivamente verso i medici che avevano ricevuto la formazione accademica e si
attenevano alle norme stabilite dal codice deontologico. Esso comunque riprende generalmente le
regole proposte da Percival, salvo la determinazione di una tariffa fissa e l’obbligo del consulto soltanto
con medici dotati di qualifica accademica.
Le costanti riformulazioni di questo codice (1903, 1912, 1949, 1957) erano necessarie a partire
dall’emergere dei nuovi problemi fino ad arrivare ai problemi attuali: trapianti d’organi (1968),
rianimazione e trattamento delle malattie terminali (1973), sperimentazioni con soggetti umani (1964,
1975), aborto terapeutico (1970).
Comunque il richiamo costante è sempre stato ad incoraggiare standards internazionali di etica
medica, in cui il termine di riferimento fossero i valori morali. Il comportamento del medico dovrebbe
sostanzialmente essere ispirato alla regola d’oro: “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”.
Per ciò che riguarda direttamente l’Italia, l’organo competente per stabilire un codice deontologico è
la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici. L’ultimo codice risale al 1978, revisione di quello
precedente del 1956. La sua pubblicazione si è vista necessaria dopo l’entrata in vigore della legge 194.
Ciò che va notato è che il medico ha visto ridotte le sue funzioni all’ambito strettamente sanitario; il
codice infatti respinge la figura classica del medico-giudice: “il medico non è tenuto ad esprimere
giudizi su circostanze che esulano dalla necessità primaria della salute psicofisica della donna”.
Ricco di spunti innovativi è anche il capitolo che riguarda i rapporti con il paziente: il malato deve
sempre di più prendere parte attiva al processo terapeutico, è interlocutore alla pari del medico, il suo
parere deve influenzare direttamente le decisioni del medico.
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Si nota anche l’impegno dei medici a rinunciare all’accanimento terapeutico e a limitare la propria
opera alla terapia “atta a risparmiare al malato inutili sofferenze”.
4. Oltre la deontologia professionale
Pur denotando un impegno esplicito dei medici nella ricerca di comportamenti di difesa del malato,
sono molte le persone che puntano il dito su questi codici: essi possono facilmente essere un mezzo per
legittimare i privilegi monopolistici della professione medica nei confronti dello stato e del pubblico.
Creare una fiducia innegabile nell’istituzione medica può di rovescio ingenerare anche un atteggiamento
di monopolizzazione. Il paziente si vede consegnato alle decisioni del medico, perde la sua forza
contrattuale. La deontologia medica, si dice, richiamando ai doveri del medico nei confronti del singolo
malato, si fonda e si struttura su un rapporto diadico paternalistico.
La medicina sociale mette in discussione proprio questa concezione e allarga il discorso agli aspetti
sociali della prevenzione e della cura. Il cosiddetto “modello cinese”, volto ad un’attenzione sociale più
ampia, provoca uno spostamento di ottica che ha conseguenze decisive anche per l’etica medica:
l’attenzione è posta sulle cause strutturali, sulle condizioni di vita, sull’obbligo non soltanto nei
confronti del singolo paziente, ma nei confronti dell’intera società.
Oggi non solo al singolo medico, ma alla professione in quanto tale si domanda di cambiare
l’atteggiamento verso la società. Solo abbandonando la mentalità corporativistica i medici riescono a
vedere il proprio ruolo all’interno di una più vasta organizzazione. L’impegno etico è molto più largo di
quello richiesto dai codici deontologici.
La rifondazione della deontologia su base sociale è ancora poco avvertita in ambito medico. Solo
le più recenti affermazioni cercano di liberarsi dalle maglie del paternalismo, dove è unicamente il
medico che determina quale azione sia più conforme agli interessi sia del medico che del paziente.
Le “carte dei diritti del malato” sono un passo verso una nuova direzione, che modifica il quadro
di riferimento dell’etica medica tradizionale.
5. La morale medica cristiana
L’attività medica del cristiano, pur non discostandosi nettamente dai modelli di ethos professionale e
di deontologia, mantiene la sua specificità nel richiamo ai valori morali: l’attività medica deve sempre
salvaguardare e realizzare i valori morali.
Fino a poco tempo fa il problema medico morale era associato a pochi casi-limite: aborto, eutanasia,
trapianti d’organo, sterilizzazione e fecondazione artificiale. E’ certamente un problema di ampliamentoi
quantitativo dei problemi: si è infatti calcolato che ogni vent’anni il bagaglio di conoscenze in ambito
medico si raddoppia. Ma il problema non è soltanto questo; mentre si allargano i problemi da analizzare,
il consenso su un modello antropologico che sia da guida alle determinazioni morali diventa sempre più
ridotto: si nota benissimo che il problema è qualcosa di più generale, di fondamentale.
Oggi è l’intera medicina che richiede un quadro etico generale di riferimento.
Oggi l’ampliamento dell’etica medica è richiesto da una nuova percezione della responsabilità.
Essa non può essere relegata alla vita del singolo paziente, ma deve allargarsi sia alle generazioni future,
nella considerazione di un adeguato sfruttamento delle risorse, sia all’equilibrio ecologico e dunque alle
forme di vita non umana. L’agire responsabile dell’uomo deve avere inoltre l’orizzonte di tutti i
fenomeni vitali: anche altre professioni, oltre a quella medica, sono coinvolte negli interrogativi etici: il
personale infermieristico e paramedico, i professionisti della medicina preventiva e dell’igiene mentale,
gli assistenti sociali e tutti gli operatori-educatori.
Tale riferimento morale nuovo si rivolge allora non soltanto a nuovi e più ampi problemi rispetto al
passato, ma alla considerazione in sè dei valori della vita. Non si allarga quantitativamente la visione in
seguito a nuove scoperte scientifiche, ma qualitativamente; ci si apre ad un nuovo approccio morale,
insieme medico e generalmente umano, di affrontare l’intera vita.
A tale nuova sensibilità spetta di diritto un nuovo nome: ed ecco che sorge la “bioetica”.
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BIOETICA
CAPITOLO I.
La BIOETICA: OGGETTO e MODELLI di una NUOVA SCIENZA
1. La nascita della bioetica e il suo sviluppo storico
In base alla definizione che ne dà l’autorevole “Enciclopedia di Bioetica” (W. T. Reich, New York,
1978), la bioetica è “lo studio sistematico della condotta umana nell’area delle scienze della vita e della
cura della salute, in quanto questa condotta è esaminata alla luce dei valori e dei principi morali”.
La storia dell’evoluzione del termine “bioetica” sembra aver disatteso quella che era l’intenzione
originaria e lo scopo per cui essa è nata. La bioetica, così com’è strutturata oggi, è una scienza
inadeguata. Essa non può essere vista in senso riduttivo come quella disciplina che dà una risposta
morale ai casi-limite della vita e della ricerca. La bioetica deve sempre di più essere capace di elaborare
stili di vita.
La bioetica, in Italia come nel resto del mondo, si è affermata come un prolungamento e
un’evoluzione dell’etica bio-medica. L’inventore del termine “bioetica” invece, Potter, si riconosce in un
altro quadro di riferimento.
Egli afferma che, dopo la rivoluzione darwiniana e quella di Freud, è l’evoluzione del campo
dell’etica determinato dalle conoscenze allargate della biologia la novità che può far evolvere sia in
senso positivo che in senso negativo in modo determinante la vita futura dell’uomo nel mondo.
Questa evoluzione non può avvenire di per sé, ma ha bisogno di una nuova sapienza, ha bisogno di
una nuova visione morale che faccia da “ponte” verso una nuova concezione della vita dell’uomo sulla
terra (Potter, Bioethics. Bridge to the Future, 1971), ha bisogno di nuove obbligazioni, di nuovi
comportamenti e nuovi stili di vita che non sorgono dal nulla, ma soltanto attraverso un luogo che dia la
possibilità di un confronto tra la biologia e le scienze umane. La bioetica è una sapienza biologicamente
fondata, una sapienza in grado di usare il sapere per il bene della società. L’oggetto proprio era dunque
l’ampio quadro della globalità del mondo biologico. Noi, dice Potter, dobbiamo considerare se le nostre
conoscenze possono contribuire al miglioramento delle condizioni di vita dell’intero genere umano e
individuare quelle componenti delle nostre culture che stanno incentivando la distruzione del nostro
ambiente naturale.
La rivoluzione attuatasi nel campo della ricerca biologica era percepita da Potter come una vera e
propria “bomba biologica”, capace di minacciare il futuro dell’uomo. La bioetica infatti nasce come
“scienza della sopravvivenza” (Potter, Bioethics: the Science of Survival, 1970). Arrivati a questo
punto della ricerca, in cui l’ecosistema primordiale dell’uomo, il suo patrimonio genetico, o la
disponibilità delle risorse mondiali, è stato intaccato o danneggiato, il futuro non può essere dato per
scontato, il progresso umano non è garantito, come ipotizzava Darwin, ma va decisamente progettato.
In questo orizzonte, la bioetica è concepita dal suo autore come una sapienza che va al di la della
semplice scienza, ma è un modo di vedere le cose urgente e necessario che riesca effettivamente a
provvedere all’indagine di come usare il pensiero per una più responsabile e qualitativa presenza
dell’uomo nella storia e nel mondo.
Dal punto di vista dei centri di ricerca medica che facevano attenzione alla dimensione morale del
problema delle nuove ricerche biologiche, è di fondamentale importanza il sorgere dell’Hasting Center,
nel 1969, a New York. Esso si imponeva come suo scopo lo sforzo già galileano di rimuovere le
barriere che separavano le scienze sperimentali da quelle filosofiche e umanistiche. Ben presto ci si
accorse delle correlazioni con gli altri ambiti della vita umana nel suo sorgere e nel suo concludersi:
legale-giuridico, socio-politico, economico-militare....
Certamente all’inizio i primi problemi bioetici affrontati riguardavano il sorgere e il finire della vita.
Ma questa visione riduttiva della bioetica ha finito lentamente per prevalere di fronte ai grandi problemi
morali posti da questa scienza dei confini. Ad esempio l’Hasting Center è diventato famoso per le sue
soluzioni sul termine della vita. Si era in un periodo in cui regnava una confusione enorme nei circoli
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BIOETICA
medici e non circa la parola “morte”: con l’aiuto di sofisticate tecnologie alcuni medici erano capaci di
rianimare e mantenere in vita pazienti che in altri ospedali sarebbero dichiarati morti. Era necessario
determinare quale fosse il criterio che la società intera adottava per determinare la morte o considerare
ad esempio se la morte poteva essere determinata dalle leggi o dai singoli medici.
Anche il Kennedy Institute, sorto nel 1971, legato all’università di Georgetown di Washington,
università cattolica dei gesuiti, è il luogo dove la bioetica cominciò a delinearsi come “scienza”, quel
ponte invocato da Potter, per capire che cos’è, che cosa può essere e che cosa dovrebbe essere fatto
per promuovere la qualità dello sviluppo umano, specialmente in riferimento a tre ambiti generali: la
popolazione, la bioetica e la riproduzione umana. Ma gli elementi su cui il Kennedy Institute orientava
maggiormente la sua ricerca erano certamente le tecnologie riproduttive.
Poco alla volta la bioetica diventa così facilmente la scienza dei limiti delle scelte dei medici nei
confronti delle nuove biotecnologie di procreazione ed anche oggi mantiene spesso questo suo
significato. Tutti infatti accostano facilmente l’idea della bioetica con le tecnologie applicate ai processi
di procreazione o di ingegneria genetica. Il campo era quello della fecondazione artificiale, dell’utero in
affitto, dell’aborto, della sterilizzazione, della contraccezione, della chemioterapia, del consenso
informato, dei trapianti di organi. Una bioetica che era incentrata sulle scelte più difficili dei medici.
Anche in Italia il Centro di Bioetica presso l’Università Cattolica di Milano, dal 1985, coordinato dal
prof. Elio Sgreccia, è sorto come risposta a questo problematiche altamente specializzate, certamente
irrinunciabili, ma anche riduttive rispetto alla comprensione iniziale più ampia della bioetica.
Infatti nel 1988 Potter ha dovuto scrivere un altro libro, intitolato significativamente “Bioetica
globale”, per indicare che la sua idea di bioetica era da intendersi non soltanto in senso bio-medico, ma
in un senso più globale, cioè una sintesi dei valori della persona, un’etica della vita che promuove
l’importanza di determinati costumi antropologici per l’equilibrio dell’ecosistema.
La bioetica non è un allargamento dell’etica bio-medica, ma una nuova visione, qualitativamente
diversa, della vita dell’uomo nel suo ambiente, una sorta di sistema di controllo dell’adattamento
dell’uomo nel suo ecosistema. Un esempio paradigmatico della necessità di questa relazione tra la
bioetica e il quadro globale dell’ecosistema, è il problema della fertilità. Esso non può essere affrontato
sena un esplicito riferimento al problema demografico
Poco alla volta la considerazione della bioetica è diventata riduttiva: la bioetica era la morale
applicata al regno biologico, la morale applicata a dei casi speciali di medicina, non ancora contemplati
nei vecchi manuali.
Ma in questo modo l’attenzione è scivolata solo su un aspetto del più vasto campo della bioetica,
riducendosi ad una specie di filosofia della prassi medica, ha focalizzato l’attenzione sulla soluzione dei
problemi e non sulla bioetica in se stessa, oppure si è fermata soltanto su aspetti ideologici (opponendo
la bioetica laica alla bioetica cattolica, oppure la qualità della vita alla sacralità della vita).
Si tratta allora di riportare l’attenzione sui fondamenti della bioetica, cioè su quegli aspetti che
fondano e che strutturano l’identità della bioetica, della sua legittimità, del suo metodo epistemologico.
2. Modelli di bioetica
Nell’ambito del dibattito contemporaneo le proposte etiche in bioetica sono diversificate. Il
pluralismo morale che caratterizza strutturalmente la filosofia pratica recente sta alla base del fenomeno
sempre più evidente del pluralismo in bioetica. Ma tale diversificazione di fatto si è andata evolvendo in
una inconciliabilità di principio. Ma l’urgenza di una soluzione pratica omogenea diventa stimolo e
provocazione per una ricerca comune.
La bioetica come scienza non si è sviluppata in modo omogeneo, ma in base a diversi paradigmi,
diversi modelli teorici, che possiamo ricondurre a quattro: l’etica dei principi, l’etica delle virtù, l’etica
dell’esperienza e l’etica personalista.
1) L’etica dei princìpi
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BIOETICA
Nell’ambito della discussione della fondazione della bioetica come nuova scienza, l’orientamento che
ha prevalso e che ha avuto maggiore diffusione anche a livello internazionale soprattutto nel decennio
1970-’80, è l’etica dei princìpi proposta da Beauchamps e Childress (1979). Si tratta di un paradigma
etico su base razionale che, a partire da una determinata teoria etica, elabora una serie di princìpi e di
regole che permettono a medici, ricercatori e moralisti di pervenire alla soluzione dei vari problemi
concreti. I princìpi elaborati da questi due bioeticisti sono tre:
a) rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione;
b) beneficialità, cioè il maggior bene possibile del paziente;
c) giustizia, l’equa distribuzione di benefici e obblighi nella società
Il principio dell’autonomia è riconosciuto come uno dei capisaldi della tradizione liberale occidentale.
A questo termine è sempre associato il termine rispetto, privacy, volontà, libera scelta e responsabilità
individuale e politica. Tutto ciò non può in nessun caso cadere sotto il controllo costringente di
qualcun’altro.
Il principio di beneficialità è riconosciuto come un bene oggettivo, è lo scopo e la ragion d’essere
della medicina e della ricerca: qualsiasi terapia clinica è volto alla promozione della salute attraverso la
cura o la prevenzione della malattia. Nella sua formula più generale questo principio chiede di astenersi
dal fare il male del paziente, di prevenirlo o di rimuoverlo (non-maleficenza) e di fare il bene.
Il principio di giustizia esige invece l’equa ripartizione dei benefici e degli obblighi e questo per
evitare discriminazioni e ingiustizie nelle politiche e negli interventi sanitari. Ma la giustizia è stata
concretamente misurata in modi diversi: in base ad una uguale distribuzione matematica, in base al
proprio merito, in base al proprio contributo, in base ad una contrattazione libera di mercato, o in base
al proprio bisogno.
In effetti le persone possono essere uguali sotto molti aspetti moralmente significativi e questo è
possibile definirlo quando si rendono evidenti le teorie etiche di riferimento.
Infatti tutti questi princìpi sono interpretati sullo sfondo delle due diverse teorie etiche classiche
utilitaristiche e deontologiche.
La teoria etica deontologica, derivata dalla teoria kantiana del dovere per il dovere, fonda l’obbligo
morale sul valore intrinseco dell’azione, indipendentemente dal concetto di bene e dalla valutazione
delle sue conseguenze. Si tratta pur sempre comunque di una deontologia pluralista che ammette più
doveri tutti allo stesso livello di importanza, ma tra i quali, in base alle circostanze, ne emerge uno
(principio emergente) da preferire e dunque da seguire nell’azione.
La teoria etica dell’utilitarismo, che si rifà alla tradizione empiristica inglese (Hume, Bentham,
Mill), identifica la ragione e l’obiettivo della vita morale nella ricerca del “ben-essere”. Questo benessere
non è però qualcosa di individualistico, qualcosa che fa piacere a me, ma è calcolato tale in base alle
conseguenze di un’azione in riferimento al maggior bene possibile e al minor male possibile per il
maggior numero di persone.
2) Il paradigma dell’esperienza
Certamente una determinata teoria etica dipende da determinate concezioni del mondo e della natura
dell’uomo. Dunque al di là dell’etica (“meta-etica”) ci sono concezioni della realtà e concezioni
antropologiche che sono la forza che giustifica quei principi.
Un certa parte degli autori mette in evidenza i propri presupposti, che non sono discutibili, ma altri
sembrano non coglierne l’importanza. Però formulare dei principi etici senza il riferimento ad un loro
fondamento significa non giustificare i princìpi, e dunque renderli inutili. Tale impostazione allora da
luogo al relativismo in campo etico.
Non si può parlare di principio di beneficialità, ad esempio, senza vedere che cosa significa bene della
persona e diritto della persona, per cui alla fine viene in risalto sugli altri il principio del rispetto
dell’autonomia del paziente, unico arbitro della discussione etica, al quale si subordina anche
(passivamente) il principio di beneficialità medica. La critica che si fa allora alle varie teorie fondate sui
princìpi è quella di una mancanza di una visione unificante i vari princìpi.
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Scuola diocesana di Formazione Teologica Anno Accademico 2012/2013
APPUNTI DI TEOLOGIA MORALE SPECIALE
BIOETICA
Ma ciò che rappresenta la critica più forte al paradigma dei princìpi riguarda il fatto che un principio
è sempre astratto e l’esperienza morale non è adeguatamente ed esaustivamente riconducibile a nessun
principio. In altri termini, la ricchezza, la varietà e la poliedricità della vita morale non è incasellabile nel
rigido schematismo astratto dei princìpi.
Un’ultima osservazione riguarda l’atteggiamento che un’etica dei princìpi tende a ingenerare nel
soggetto agente: la passiva ed obbediente accettazione del dovere, al posto di un atteggiamento attivo
di impegno morale e di condivisione delle motivazioni per l’azione, un atteggiamento di calcolo anziché
di creatività, una uniformizzazione della proposta morale rispetto al riconoscimento della peculiarità di
qualsiasi individuo.
3) L’etica delle virtù
Da questo punto di vista dell’attenzione all’esperienza e all’uomo come agente morale, negli anni più
recenti, in contrapposizione all’etica dei princìpi si è sviluppata l’etica delle virtù proposta da Pellegrino-
Thomasma (1988). L’attenzione è volta alla struttura motivazionale della persona, sulla disposizione e
sull’azione non tanto in se stessa, ma intesa come espressione della persona.
Classicamente era Aristotele il fautore dell’etica delle virtù: superando l’intellettualismo etico
socratico-platonico, egli evidenzia che lo scopo dell’etica non è solo quello di conoscere il bene, ma
anche e soprattutto quello di realizzarlo e dunque essere buoni. Si tratta allora anzitutto di determinare
in cosa consiste il fine di una determinata azione e poi di agire di conseguenza. Le virtù sono così quei
tratti del carattere, quelle disposizioni costanti del soggetto agente che rendono effettivamente buona
una determinata persona e che la dispongono sempre più ad agire bene. Due sono gli autori più
espressivi di questa discussione nel campo della bioetica.
Pellegrino ritiene che il concetto di virtù sia un elemento essenziale della vita morale: le virtù infatti
sono la condizione di possibilità dei princìpi morali, senza di esse il sistema di etica generale non può
avere successo.
Applicato soprattutto al campo della scienza medica, il medico virtuoso, nel quale è riposta la fiducia
del paziente, è colui che è abitualmente disposto ad agire per il bene del paziente, dove per bene si
intende il bene clinico, il bene come è percepito dal paziente e il bene del paziente come persona.
L’attenzione è dunque posta sul bene del paziente più che sulla sua autonomia decisionale o sugli
interessi personali del medico.
Engelhardt invece, partendo dallo stesso punto di vista, ritiene essere virtuoso colui che rispetta
l’autonomia degli altri e il loro tentativo di raggiungere il bene: in una società secolarizzata dominata dal
pluralismo, la virtù cardinale è la tolleranza. Siccome ogni individuo ha una diversa visione della vita
“buona”, ognuno deve sviluppare una disposizione a tollerare e a “simpatizzare” con l’altro.
Purtroppo sembra un po’ difficile fondare la bioetica sulle virtù, per il fatto che qualsiasi definizione
di virtù rimanda alle diverse concezioni etiche del bene: non si può essere virtuosi e agire bene se non si
sa che cosa è il bene e che cosa si intende per il bene della persona. Partendo infatti da una diversa
concezione della persona si può anche ritenere che l’egoismo sia il bene, perché chi agisce
virtuosamente, come persona buona è destinato ad essere schiacciato dagli altri.
4) Il modello personalista
Una risoluzione positiva e di integrazione del paradigma delle virtù e quello dei princìpi è quello che
può venire dalla proposta della bioetica personalista che pone il rispetto della persona al centro della
riflessione morale. In questo ambito la virtù non esclude i princìpi: non c’è un conflitto interno tra
doveri e disposizioni.
Il valore della persona è il criterio che deve guidare all’azione e su questa base il personalismo
formula i principi che gli sono propri: la vita come valore fondamentale della persona, il principio
terapeutico, il principio di responsabilità e il principio di socialità. Al livello operativo, al livello della
messa in atto i questi principi, entra in funzione il riferimento all’impegno personale dell’agente, alle sue
motivazioni e al suo essere virtuoso, ed in particolare al centro si pone la virtù della prudenza.
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Description:Elio Sgreccia, è sorto come risposta a questo problematiche altamente specializzate, certamente irrinunciabili, ma anche riduttive rispetto alla